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Chenavier Couloir (Les Courtes) 16.01.2011

3856 m ; 700 m 50° ; North/NorthEast ; TD+ ; 5.4/E3

Dopo un inizio stagione molto promettente, costanti flussi di foen continuano a rovinare e cancellare tutto ciò che di buono avevano portato le fredde perturbazioni di inizio dicembre.
10°C a Chamonix a metà gennaio non si erano forse mai visti, in valle continua a piovere, facendo sprofondare il morale della comunità accucciata ai piedi del signore delle Alpi nel baratro della depressione più profonda.
Ogni evento ha un suo lato positivo e nel nostro caso consiste nel fatto che le condizioni metereologiche primaverili producono nevicate meno fredde e più “bagnate” in quota, dove la neve si appiccica alle grandi pareti, normalmente dominate dal ghiaccio per la maggior parte dell’anno.
Il bello del vivere sul Monte Bianco è che basta alzarsi di quota e si trova quasi sempre buona neve.
“Andiamo a fare un giro nel bacino d’Argentiere”si cominciava a sentir bisbigliare..”Ma è solo metà gennaio”…”Si ma le condizioni son quelle di aprile”.
Qualcuno aveva già visto tracce di sci nella parte alta del Couturier il primo gennaio; quale miglior inizio anno avrebbero potuto immaginarsi coloro che ci hanno saputo credere?
Il bacino d’Argentiere racchiude in uno spazio relativamente breve una ventina di linee di sci ripido ed estremo tra le più belle ed ambite al mondo, oltre che ovviamente un’infinita serie di scalate su misto e ghiaccio.

La trilogie d’Argentiere, da sx a dx Les Courtes, Les Droites, Aiguille Verte

Mark mi propone di andare a dormire al rifugio d’Argentiere e sciare qualcosa il giorno dopo, io all’inizio sono un po’ titubante, un po’ perché penso ci sia troppa neve per l’approccio e un po’ perché a inizio stagione ho voglia di puro freeride con linee veloci e qualche cliff.
Il giorno dopo mi decido, anche perché di freeride in giro non ce n’è nemmeno l’ombra, salgo ad Argentiere con tutto il materiale, lo chiamo ma la segreteria mi dice numero inesistente.
Il furbacchione mi dirà la sera stessa che ha cambiato numero e si era dimenticato di darmelo, che è andato al col de Cristaux, ha aperto la traccia con neve fino sopra il ginocchio e a metà, stravolto, si è fermato e ha cominciato a sciare i 45°di questo bellissimo itinerario in una neve da urlo.
Mi conferma le supercondizioni e motivatissimi il giorno dopo saliamo con l’ultima benna, con le bellissime luci del tramonto al rifugio d’Argentiere.
Le più di 30 persone accalcate nel rifugio invernale da 15 posti ci fan ben presto ridimensionare l’entusiasmo di essere nuovamente in quel posto stupendo e potente.
Mark mi confida di voler scendere per non passare una notte da incubo a dormire per terra al freddo, poi cominciamo a sciogliere la neve e farci da mangiare, un paio di volte usciamo a contemplare lo spettacolare e potentissimo panorama rischiarato dalla luna quasi piena; questi sono momenti che s’imprimono profondamente nel nostro animo facendoci improvvisamente dimenticare le fatiche e gli stenti che comportano avventure in ambienti tanto selvaggi.
Le pareti nord dell’Aiguille Verte, il col de la Verte, le Droites, Col de Droites, Les Courtes, si stagliano maestose di fronte a noi a poche centinaia di metri; si intravedono ancora i bagliori delle frontali delle cordate in ritardo sulla via di discesa delle vie classiche.
Passiamo la notte su un tavolo ed una panca ed alle 6.30 siam pronti a partire.
Ci dirigiamo verso l’Aiguille qui Remue, una linea sciata per la prima volta da Remi Recluse nel 1992.
Appena arrivati in vista della linea la delusione ci colpisce duramente al cuore come una fucilata; ci sono gia almeno 4 tracce a curvoni nella parte alta; ce l’hanno fregata ieri.
Decidiamo di scendere e risalire verso il Chenavier, la neve è profonda e giunti in vista della terminale ci rendiamo conto che è impossibile passarla, saranno almeno 3 o 4 nella parte più bassa.
Non c’è niente di più deprimente che sentirsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Comincia ad inacidirsi il nostro dialogo tra rinfacciamenti reciproci, la giornata è bellissima, le condizioni perfette ma stiamo perdendo tempo.
Decidiamo di rischiare per salvarci la giornata ed arrivargli da sopra usando la traccia aperta il giorno prima sulla nordest de les Courtes.
Non potendo lasciare il materiale in eccesso alla base della linea sono costretto a portarmi tutto dietro, sciettini da approccio, fornellino e quantaltro.
Già che è la prima uscita di stagione e non siamo in superforma, in più caricati come asini, le pause si fanno alquanto frequenti.
Saliamo con i primi che arrivano dalla prima benna del mattino e verso l’una siamo a cinquanta metri dal colle dove cominciamo a tirar verso sinistra per raggiungere il traverso che darà accesso all’ambito canale.

Mark a metà della nord/nordest Les Courtes

La neve lascia posto al ghiaccio, i venti metri successivi, slegati e superesposti, ci strappano alla stanchezza e monotonia della salita sulla traccia, riportandoci alla concentrazione totale, all’eccitazione e timore che si celano dietro l’avventura di inoltrarsi su terreni sconosciuti.
Arrivati in cima al traverso i pendii precipitano spregiudicatamente senza lasciarci intravedere il seguito.
La neve ora è profonda, scendiamo un po’ ed intravediamo un altro esposto traverso che porta sopra la barra rocciosa che sbarra l’accesso al canale in alto.

Al colletto d’entrata al secondo traverso esposto

Con giochi di equilibrio e sudate fredde su neve zuccherosa ed inconsistente e rocce riesco a raggiungere uno speroncino su cui riesco a piazzare una sosta ed attrezzare una calata in doppia.

Eccoci finalmente a calzare tavola e sci, il canale è veramente ripido ed i primi trenta metri circa ci costringono a derapare su neve dura zigzagando tra le pietre.
Di colpo la neve migliora nuovamente ma la pendenza non mollerà fino alla fine.


Alle prime curve caute, seguirano serie di quattro o cinque curve concatenate, sempre un po’in diagonale per evitare di essere presi dallo slough sempre molto pesante su queste pendenze.
Ogni curva sembra un salto nel vuoto, i nostri corpi sono vittime della gravità, una sensazione inebriante.

In meno di mezzora siamo sopra la terminale, dal basso sembrava possibile passarla sulla destra ma da sopra la prospettiva cambia e di lì non si passa.
Le lisce pareti rocciose sui due lati rifiutano a priori la possibilità di mettere un cordino per una calata; la sola soluzione sarebbe mettere un chiodo ma non ne abbiamo.
Dopo aver vagliato le varie ipotesi la soluzione rimane una: saltare.
Saranno almeno quattro metri e l’atterraggio non sembra dei più soffici.
Sta diventando tardi, non c’è altra soluzione, lanciamo gli zaini e poi Mark mi guarda con due occhi spiritati e mi dice “it might be the last time i see you” e salta.
Sento lo sgradevole frastuono di un atterraggio sul marmo, gli sci gli s’impennano ma riprende prontamente il controllo prima di esplodere.
Mi tocca la stessa sorte e fortunatamente ne esco illeso.
Recuperiamo gli zaini e ci godiamo il consueto rilascio di tutta la tensione accumulata nella giornata.
Intanto intorno a noi le pareti s’infuocano di un rosso vivo, il segnale d’addio del sole per questa giornata.
Ci lasciamo andare alle curve rilassate sul conoide finale e cominciamo a scendere sul ghiacciaio in leggera pendenza mentre la luna comincia a far capolino.
La ciliegina sulla torta, scendere sul ghiacciaio d’Argentiere al chiaro di luna.
Raggiungiamo le piste di Lognan e da lì veloci giù ad Argentiere.
I nostri piedi non hanno di certo apprezzato la nostra prima uscita e zoppicando un po’ ci dirigiamo verso la consueta birra media; un 5.4 con ottima neve fresca d’alta montagna, alla prima uscita a metà gennaio, va festeggiato nel migliore dei modi .

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